"Il vino è un valore reale che ci dà l'irreale"
Luigi Veronelli

lunedì 5 luglio 2010

Il dado è tratto...

La data è scelta: giovedì 8 luglio.
Il luogo pure: il solito fidato ristorante.
Anche il menu è stato deciso: antipasto "a sorpresa" con l'ennesima fagianella saltata fuori da chissà dove, mega-paella di pesce e, per concludere, qualche pecorino non troppo stagionato.
I vini li abbiamo già annunciati... tutto è pronto per la serata etilelitista dedicata al grande Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Classico, si intende.
Il resoconto dettagliato, ovviamente, dopo la cena...

venerdì 18 giugno 2010

Indietro nel tempo per un tributo marchigiano

Fervono i preparativi per un'altra cenetta in scioltezza del nucleo storico etilelitista.
La data non è stata ancora definita con certezza, ma il tema sì: Verdicchio dei Castelli di Jesi annata 1999, un millesimo che alla sua uscita fu da molti considerato minore ma che, invece, sta riservando inattese sorprese.



Quattro i campioni prescelti per deliziare (speriamo) narici, palato ed animo:

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore San Michele 1999 - Bonci

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Tufico 1999 - Colonnara

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Podium 1999 - Garofoli

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva Villa Bucci 1999 - Bucci

A questi si aggiungerà, con ogni probabilità, anche un ringer fuori zona ed appena più giovincello (si vocifera di un 2001 di Lugana), ma ancora la cosa è da confermare.
Nell'Ordine del Giorno non mancheranno, come sempre, le eventuali e varie.
State con noi, vi faremo sapere!

lunedì 14 giugno 2010

La parte invisibile di un Vino - Oslavia e la sua Ribolla

Oslavia, piccola frazione di Gorizia sulle colline del Collio, ha vissuto lo scorso giovedì 10 giugno una giornata particolare ed importante.
In un grande prato tra i vigneti del Lenzuolo Bianco, dove un tempo sorgeva il "centro" di Oslavia alta, poche case raccolte intorno ad un cortile e ad un pozzo completamente annientate dal furore della Prima Guerra Mondiale, si è svolto un convegno dal tema "La parte invisibile di un Vino".
Il Seminario Permanente Luigi Veronelli e la neonata Associazione Produttori Ribolla di Oslavia (che raccoglie le aziende Fiegl, Il Carpino, La Castellada, Primosic, Dario Princic e Radikon) hanno organizzato un incontro per raccontare uno straordinario terroir, che riunisce e fonde l'unicità del territorio di Oslavia, le peculiarità di un importante vitigno autoctono qual è la Ribolla e, infine, la sensibilità, l'esperienza ed il vissuto degli uomini e dei vignaioli di questa terra.
Al tavolo dei relatori si sono succeduti il direttore del Seminario Veronelli, Gigi Brozzoni, che ha svolto il ruolo di moderatore; i professori Sergio Tavano e Hans Fitzmüller, che hanno narrato la storia dei luoghi e della Ribolla Gialla; Claudio Fabbro, enologo e giornalista, che ha ripercorso le vicende della Ribolla e del suo vino, raccontando la sua evoluzione in particolare all'interno della Doc Collio; il pedologo Francesco Lizio Bruno, che ha spiegato la composizione dei suoli di Oslavia e l'eccezionalità della "ponca", il terreno formato di marne e arenarie eoceniche tipiche di questa zona; Alessandro Zanutta, tecnico agronomo del Consorzio Collio, che ha descritto le interazioni tra la Ribolla e l'ambiente, soffermandosi sulle particolari esigenze del vitigno; ed infine alcuni produttori di Oslavia, i quali hanno fatto gli onori di casa, comunicando tutta la passione per un vino che intendono veramente come miglior interprete e simbolo del loro piccolo territorio.
La manifestazione ha raccolto un notevole successo, ben al di là delle più rosee aspettative, e non solo per l'alto livello di competenza dimostrato e per il grande interesse suscitato dai contributi dei diversi relatori, o per il qualificato parterre di ospiti intervenuti, che ha riunito appassionati, giornalisti ed addetti ai lavori, oltre ad importanti autorità comunali, provinciali e regionali. Ciò che ha suscitato forse la maggior soddisfazione negli organizzatori, infatti, è stata la grande partecipazione all'evento da parte della gente di Oslavia, delle persone che con le vigne ed i vini di Ribolla convivono da sempre e che ne costituiscono probabilmente l'anima più profonda.
Il convegno si è, così, lentamente allargato, ha preso vigore e intensità fino a risolversi in un inusuale banco d'assaggio che, in realtà, del canonico banco d'assaggio aveva ben poco; si è trattato più che altro di una gioiosa festa di paese, con prosciutto, salame ed altre semplici pietanze offerti a tutti in abbondanza, accompagnati da chiacchiere, allegre risate e, naturalmente, dalle Ribolla dei produttori di Oslavia, sei diverse interpretazioni di uno stesso vitigno che ne dimostrano la grande potenzialità e versatilità, ma tutte accomunate da un sapido e vibrante tratto territoriale. E, fra lo stupore generale, sul prato sono piano piano apparsi anche i personaggi più schivi del paese, anziani o vecchi vignaioli che spesso da anni ormai non si mostravano più nelle pubbliche occasioni e che, invece, sembra non abbiano saputo resistere al richiamo della Ribolla Gialla, la quale è evidentemente sentita come una delle componenti più radicate e fondanti dei ricordi, dell'atmosfera e, verrebbe quasi da dire, del Genius loci di questa piccola Oslavia.
Ecco, dunque, che l'incontro di giovedì sera ha raggiunto il suo scopo più profondo, quello di rendere palese e manifesto il vero senso del terroir, ossia "la parte invisibile di un Vino", tutto quell'insieme di storie, sentimenti ed emozioni che ne rappresentano l'autentica ricchezza; una parte che, poi, proprio così invisibile non è, perché, se si guarda con gli occhi e l'animo giusti, sta sempre lì, ben chiara ed evidente, che ammicca complice in fondo al calice di ogni autentico vino di terroir.

venerdì 5 marzo 2010

26 febbraio 2010 - La goduriosa cenetta

La serata non è stata certo spesa invano.
L’occasione, del resto, era ghiotta: in perfetto stile “Etilelitisti”, abbiamo assaggiato quattro dei migliori vini italiani (e lo scrivo senza falsi pudori e ipocrite mistificazioni ideologiche).
Quattro vini diversi per tipologia, provenienza, stile, ma tutti accomunati da un’originalità, una personalità ed una qualità fuori dal comune.

Ma andiamo con ordine. La cena si è svolta presso il Ristorante di Franco Bertoni, a Lonate Pozzolo, simpatico e bravissimo chef che, con la moglie-sommelier Daniela, ci ospita ormai da qualche tempo per i nostri incontri eno e gastronomici, imbastendoci menu a richiesta e, soprattutto, consentendoci di portarci da casa tutti i vini che vogliamo.
Per il nostro incontro ci ha preparato un antipasto a base di fagianella (petto su letto di insalatina, rucola e melagrana, coscette con salsa verde e “scaglie” di uova sode e paté di fegatini su crostone di pane), al quale abbiamo ovviamente abbinato il mitico Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2000, in assoluto il miglior Metodo Classico italiano; un vino che, ad ogni uscita, non tradisce mai le aspettative. Un Blanc de Blancs da sole uve chardonnay che, nella splendida versione 2000, non sfigurerebbe di certo nemmeno di fronte ad un grande Champagne (e, credetemi, io non sono certo uno prodigo di paragoni e confronti benevoli tra gli spumanti italiani e gli effervescenti nettari francesi). Ma com’è il nostro amico Giulietto? Beh, sfoggia una grande armonia e complessità, con naso di lieviti, pan-brioche, vaniglia, frutta tropicale, speziatura sottile e fresche suggestioni di scorza d’agrume grattata. Sul palato è ricco, unisce grande dolcezza di frutto, acidità fresca e fragrante, sbuffi balsamici, struttura e consistenza, il tutto con eleganza, raffinatezza e superlativo garbo.

Siamo, quindi, passati ai piatti forti, ovvero costolette di cinghiale e spezzatino di cinghiale con polenta. Piatti saporiti, ricchi e strutturati, scelti per reggere il confronto con tre autentici mostri di intensità e struttura (anche se, almeno in un caso – e lascio a voi immaginare quale – si sono forse dimostrati fin troppo esili; e non certo per demerito del cuoco, quanto, piuttosto, per “eccesso di merito” da parte del vino).
La signora Daniela ha, infatti, offerto a ciascuno degli etil(molto)elitisti(ancora per poco) tre calici, che subito si sono riempiti della densa e coloratissima materia di tre vini dalla personalità ben distinta, ma tutti davvero grandi.

Il Terra di Lavoro 2006 di Galardi, 80% aglianico e 20% piedirosso coltivati sulle vulcaniche pendici del Roccamonfina, si mostra in una veste rubino intensa e brillante, (anche se risulterà il meno colorato – si fa per dire!!! - dei tre rossi della serata). Al naso ci sono una fragranza ed eleganza minerale che emergono con classe e regalano un’eccezionale finezza. In bocca spiccano i tannini vivi, giovani, irruenti, ma davvero fittissimi, che si distendono in una serratissima progressione, avvolti da un frutto dolce, integro, maturo. Bella densità e dolcezza del frutto, ma insieme notevole fragranza dettata dalla meravigliosa vena minerale. Raffinato, armonioso, estremamente composto, si racconta con straordinaria misura, pienezza e completezza, senza mai gridare o esibirsi in pose sfacciate.

Il Pignolo 2003 di Moschioni sfodera un colore rubino profondo con leggerissima unghia granata. La carica fruttata è generosissima, la speziatura ricca, dinamica, dà volume e ampiezza al profumo insieme ad una nota di tabacco bella aromatica. Ma il frutto è davvero maturissimo, addirittura surmaturo, riscaldato da un lieve tocco floreale dolce. In bocca è denso, glicerinoso, morbido, con tannini che inizialmente, immersi in tanto frutto, sembrano piuttosto rotondi, ma che col tempo si fanno esuberanti, appena graffianti e forse un poco verdi, ma rimangono, comunque, ben avvolti da una sostanza ricchissima e sontuosa; molta vivacità è, invece, data dall’acidità viva e dalle spezie consistenti, quasi pepate. Sul finale emerge anche un leggero tocco silvestre e quasi di carbone.

Del Kurni 2004 di Marco Casolanetti – pardon! – di Oasi degli Angeli che dire? Un Montepulciano dal colore di una fittezza ed impenetrabilità incredibili, rubino concentratissimo con riflessi… o mio Dio!… decisamente NERI!?!? Al naso è uno sciroppo di more, ribes, visciole, con un tocco balsamico netto, mentolato, resinoso… sì, è proprio resina di cedro del Libano, intensa ed ammaliante. Poi esce la radice, la liquirizia… se non rischiassi di apparir sacrilego, direi quasi un ricordo di caramella Pip – ricordate? ma la Perfetti la fa ancora? – la “Pip Fumatore” tanto in voga negli anni Settanta; in altre parole, una sensazione di menta, liquirizia, ma ancor di più, un insieme di sbuffi balsamici insistenti, un intrigante tocco di grafite: insomma, una vera enciclopedia degli aromi. Passiamo all’assaggio e certo le sorprese non finiscono. In bocca entra dritto e diretto, poi si allarga, si allarga, si allarga e non si ferma più. Progressione imponente, impressionante, di frutta, spezie; ancora incredibilmente giovane, vigoroso, irruente, ma i tannini sono fittissimi, serratissimi, una vera e propria palizzata, attraversata, però, quasi magicamente per trovarvi al di là un vino materico, terragno, denso, avvolgente; anche in bocca ritorna l’idea di resina e balsami, che si protendono in una persistenza incredibile. Mi accorgo ora, però, che ho raccontato almeno due ore di continua progressione ed evoluzione: non è, infatti, rimasto fermo un solo momento nel bicchiere!

A fine serata, dalla cantina del ristorante è spuntata anche una bottiglia di Passito di Pantelleria Ben Ryè 2007 di Donnafugata. È un ottimo vino per il quale, ai miei esordi enoici, letteralmente impazzivo e che anche ora non mi dispiace per niente, con la sua caratteristica nota di albicocca e la sua ben calibrata dolcezza, ma ultimamente tendo a catalogarlo tra i vini un po’ di maniera, dai quali non riesco più a trarre le emozioni e le novità di un tempo. Saranno cambiati i miei gusti, si saranno evoluti o, magari, involuti; o forse sono solo gli echi del Kurni che hanno spento anche la sicura voce di questo Passito.

Per trarre qualche conclusione, se proprio occorre farlo, bisogna riconoscere che il Kurni è sempre un vino che sembra porsi in una dimensione “altra”, decisamente fuori da ogni possibile catalogazione o comparazione con qualsiasi cosa che non sia se stesso: non è semplice ed altèra “superiorità”, quanto piuttosto “diversità” ed assoluta “unicità”. Il Giulio Ferrari è, invece, una felicissima conferma, peraltro decisamente in annata di grazia. Il Pignolo di Moschioni è un vino godibilissimo, sontuoso, “tanto”, piaciuto moltissimo a tutti i miei commensali, anche se a me ha lasciato un’impressione un pizzico “rustica”, dovuta forse a quei tannini non perfettamente fusi, probabilmente figli dell’annata estrema e della surmaturazione in annata già caldissima. La vera nobiltà, però, quell’incedere deciso che deriva dalla sicurezza di sé e del proprio valore che è segno distintivo dei fuoriclasse autentici, personalmente l’ho ritrovata nel Terra di Lavoro, che non saprei descrivere in altro modo se non immaginando un ritratto del Tiziano, dalla cui compostezza traspare uno scalpitante mondo di emozioni.

È stato, quindi, vizio? Perdizione? Sodoma e Gomorra? Armageddon? Forse, molto semplicemente, solo uno dei tanti piccoli pezzetti di Paradiso che, messi tutti insieme, raccolgono la pienezza della vita.


Trento Brut Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2000
Vitigno: chardonnay
Vinificazione: viene elaborato partendo da un vino base vinificato completamente in acciaio; dopo la presa di spuma in bottiglia, si affina sui lieviti per un periodo prossimo al decennio.

Colli Orientali del Friuli Pignolo 2003
Vitigno: pignolo (antica varietà friulana salvata dall'estinzione a partire dalla fine degli anni Settanta).
Vinificazione: le uve vengono raccolte surmature e quindi vinificate in tini di legno con la sola presenza di lieviti indigeni. Il vino viene, poi, elevato per 15 mesi in barriques nuove e si affina per altri 6 mesi in bottiglia.
Moschioni - Località Gagliano - Via Doria, 30 - Cividale del Friuli (Udine)

Kurni Marche Rosso 2004
Vitigno: montepulciano
Vinificazione: le uve sono coltivate in vigneti dalla densità prossima a 15.000 ceppi/ha, con l'incredibile resa di appena 150-200 grammi/ceppo. Il mosto viene vinificato in acciaio ed in botti di legno da 4 hl. Successivamente il vino viene elevato in barriques nuove al "200 %", ovvero sosta per 10-11 mesi in barriques nuove di rovere di diversa provenienza e viene, quindi, travasato in altre barriques nuove, dove resta ancora per 10-11 mesi.

Terra di Lavoro Roccamonfina Rosso 2006
Vitigni: 80% aglianico, 20% piedirosso.
Vinificazione: il mosto fermenta con macerazione sulle bucce di 20 giorni e frequente affondamento del cappello. La malolattica è svolta in acciaio ed in seguito il vino passa in barriques nuove di rovere francese dove si affina per 10-12 mesi, seguiti da un ulteriore periodo di 10 mesi in bottiglia.

Passito di Pantelleria Ben Ryè 2007
Vitigno: zibibbo (moscato d'Alessandria)
Vinificazione: Lo zibibbo viene coltivato in 11 diverse contrade di Pantelleria. Le prime uve raccolte, vendemmiate a partire da metà agosto, sono destinate all’appassimento naturale al sole e al vento per 20-30 giorni. A settembre si raccolgono, invece, le uve da lavorare fresche, da cui si ottiene un mosto al quale, durante la fermentazione, si aggiunge in più riprese l’uva passita sgrappolata a mano. Il vino matura almeno 4 mesi in vasca d’acciaio e 6 mesi in bottiglia.

venerdì 26 febbraio 2010

I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse?














Vizio? Perdizione? Sodoma e Gomorra? Armageddon?
Cosa attenderà questa sera il nucleo storico degli Etilelitisti che si riunirà intorno a un tavolo per condividere i quattro vinelli di cui sopra ? (Per la precisione il "Giulio" sarà presente nella meravigliosa versione del 2000, mentre Moschioni verrà rappresentato dal Pignolo "monstre" del 2003)
In questo momento, naturalmente, non so e non oso nemmeno immaginare come potrà finire la faccenda; certo le aspettative sono altissime.
Il resoconto nei prossimi giorni, magari corredato anche da qualche fotografia (speriamo non troppo mossa o tremante).
Continuate a seguirci!

venerdì 11 dicembre 2009

Vini "veri" e "terroirisme"

Dilaga ormai prepotente la moda dei vini "veri","VinNatur", vini “naturali” ed affini.
Sempre più appassionati osannano i produttori che lasciano agio alla natura di esprimersi compiutamente nei loro vini, intervenendo il meno possibile in cantina, spesso vinificando con lo stesso protocollo sia i bianchi sia i rossi, utilizzando vasi vinari di materiali “ancestrali", quali anfore di terracotta e simili, evitando sempre l'aggiunta di qualsiasi "additivo" (lieviti selezionati, tannini, enzimi, solforosa, ecc., ecc.), il controllo della temperatura in fase fermentativa, le filtrazioni e tutto ciò che possa essere considerato come un innopportuno e pernicioso intervento umano in un prodotto che deve essere il più possibile "naturale".
In questo modo, sostengono molti degustatori ed enoappassionati à la page, il vino riesce ad essere veramente specchio del terroir, un prodotto unico e fortemente legato al territorio d'origine.
Ora, tralasciando produttori profondi ed ispirati che hanno fatto del loro alternativo "essere vignaioli" un'autentica scelta di vita e filosofia e che meritano, quindi, profondo rispetto (un esempio per tutti è quello di Josko Gravner, i cui vini, non a caso, sono tra i pochi della "nouvelle vague" capaci di suscitare autentiche emozioni), tali pratiche enologiche (anche se, considerati i presupposti, per i puristi di tale approccio l'enologia in quanto “tecnica” dovrebbe essere totalmente bandita dai processi produttivi) hanno come risultato finale non già il vino, bensì, lasciando fare tutto alla "natura", irrimediabilmente l'aceto (e neanche di quello buono).
Detto questo, occorre ancora osservare come bollare di faziosa artificiosità l’intervento umano nella produzione del vino significhi in realtà mutilare il concetto di terroir di uno dei suoi elementi più importanti, ossia dell’imprescindibile esperienza e sensibilità umana, che è la sola in grado di dare un senso al tanto abusato e per molti versi vuoto concetto di “tipicità” (concetto eminentemente storico e dinamico, giammai statico ed astorico).
Vi è, poi, un ulteriore aspetto da considerare. Come si diceva, infatti, si vuole che il modo di fare vino “naturista” o “naturalista” che dir si voglia sia quello migliore per dare la più genuina espressione alle caratteristiche uniche ed irripetibili del territorio; considerato che la stragrande maggioranza di questi vini (soprattutto i bianchi) è segnata da processi ossidativi più o meno spinti e che questi si traducono in sensazioni olfattive ed aromatiche sempre identiche e derivanti da poche molecole (peraltro sempre le stesse, a prescindere dal vitigno - anzi, persino dal frutto - utilizzato, dal clima, dall’ambiente e dalla pedologia del territorio d’origine), bisognerebbe in definitiva concludere che non v’è nulla di più omologato e standardizzato dei vini “naturali”, ovvero di quelli che ambiscono a presentarsi come gli autentici campioni del “terroirisme”.
Ma queste sono solo farneticazioni o provocazioni, volutamente “estremizzate” e polemiche, di un povero Etil Elitista (sebbene in buona compagnia, visto che anche l'esimio professor Luigi Moio la pensa più o meno allo stesso modo) e, quindi, su questi temi è forse più opportuno aprire il dibattito tra i pochi che hanno la benevolenza di leggere queste pagine virtuali, per tradurle in qualcosa di più vivo e reale.
Fatevi sotto e dite la vostra!

venerdì 6 novembre 2009

Umile bevitore della Vigna del Cristo

Il lambrusco è forse il vitigno che vanta origine più diretta dalla vite selvatica, ovvero quella che i Romani – guarda un po’ – chiamavano labrusca e che poi, nei secoli, è stata domesticata dalla paziente opera dei vignaioli.
Ed infatti fa della selvatica e piacevole rusticità la sua caratteristica più evidente e “goduriosa”, un’autentico trionfo di atavica “sensorialità”.
Quello di Sorbara è, tra i sei cloni oggi coltivati (gli altri sono grasparossa, salamino, viadanese, Maestri e Marani), quello dal colore più scarico e dalla struttura più esile, ma insieme anche più fine e slanciata.
Non fa eccezione il Vigna del Cristo 2008 di Cavicchioli, che sfoggia una splendida veste rosa melagrana attraversata da brillanti sfumature corallo, da cui senza sforzo alcuno emergono netti ed intensi profumi di frutta fragrante, fragoline e ciliegie, avvolti da una deliziosa nota floreale, come di violaciocca. Sul palato è agile e freschissimo, reso croccante dall’acidità spigliata e da una carbonica che dona volume e brioso impatto ad una sensazione gustativa chiusa da un piacevole finale leggermente amaricante: stimolante e brillante, invoglia subito ad un nuovo sorso.
Un vino sincero, dalla beva facile e poco impegnativa, ma non per questo meno prodiga di genuino appagamento, che si propone come spontaneo ed economico compagno sulla nostra tavola quotidiana.
Da gustare accompagnato dai salumi e dall’ottimo Parmigiano Reggiano stagionato 24 mesi del Caseificio Gennari di Collecchio; oppure, per restare dalle mie parti, si può provarlo con una succulenta pasta e fagioli condita con olio d’oliva crudo (se volete possiamo aggiungere “extra vergine”, ma trattasi di inutile pleonasmo), magari con quello buonissimo che Piergiovanni Cristiano produce con la biancolilla alla Timpa dei Lupi di Corigliano, così verde e vegetale, profumato di erba appena sfalciata. Ancora meglio, poi, adesso che viene inverno, gustarlo con la ricchissima ed untuosissima cassoeula, celebrando un matrimonio eno-gastro-culturale davvero perfetto tra Emilia e Lombardia.
A proposito di cassoeula, tuttavia, dovete sapere come qui da noi sia ben radicata convinzione che quella migliore e più autentica debba essere preparata con verze raccolte da un gelido campo in una tersa notte invernale; soprattutto, però, le verze devono essere rubate…… ma non ditelo a nessuno!

Lambrusco di Sorbara Vigna del Cristo Doc 2008
Vitigno: lambrusco di Sorbara
Vinificazione: le uve, raccolte manualmente, vengono subito diraspate e macerate in piccole vasche a bassa temperatura. Fermentazione con aggiunta di lieviti selezionati e presa di spuma in autoclave con metodo Charmat a temperatura controllata.

Cavicchioli & Figli - Via Canaletto, 52 - San Prospero sulla Secchia (Modena)