"Il vino è un valore reale che ci dà l'irreale"
Luigi Veronelli
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martedì 3 aprile 2012

Es 2010: benvenuto nella Tradizione!

Il tema del giorno, costantemente dibattuto su ogni blog e forum, è il grande successo dell’Es 2010 al recente Vinitaly. Si parla di circa tremila visitatori allo stand di Gianfranco Fino in quattro giorni di manifestazione, con schiere di estimatori che ormai spuntano da ogni dove, preannunciate, lo scorso anno, dai massimi riconoscimenti attribuiti da tutte le maggiori Guide alla versione 2009 di questo incredibile Primitivo di Manduria.
Spazziamo subito il campo da ogni possibile fraintendimento: anch’io sono tra gli estimatori di un vino così straordinario; lo sono fin dalla prima ora e ne ho seguito estasiato l’evoluzione annata dopo annata.
A questo proposito e per ristabilire un poco di memoria storica (una facoltà che nel nostro Paese sembra mancare ai più), occorre sottolineare come il primo e forse più acceso ammiratore e sostenitore dell’Es fu – ma guarda un po’? – il “solito” Luigi Veronelli, che fin dalla prima annata prodotta (la 2004) ha saputo intuirne tutte le splendide potenzialità, premiandolo con il suo personalissimo “Sole” sulla Guida Oro I Vini di Veronelli edizione 2007.
Con questo, naturalmente, non voglio attribuire i meriti del grande successo dell’Es a Luigi Veronelli, perché tali meriti risiedono tutti nel talento e nella sensibilità di Gianfranco Fino, che partendo da un piccolo e vecchissimo vigneto ha saputo sviluppare un difficile progetto di qualità, portandolo al suo più naturale ma per nulla scontato esito: l’eccellenza.
Ciò che, infatti, mi colpisce ogni anno dell’Es è la sua costante crescita qualitativa, un climax che non è possibile attribuire semplicemente ai diversi andamenti climatici delle annate, quanto piuttosto – e ne sono convinto – alla sempre maggior sintonia e confidenza di Gianfranco Fino con il vitigno, ad una mano sempre più fine e calibrata sulla gestione di tutto il processo produttivo, dai vigneti alle pratiche di cantina per finire agli affinamenti.
Il Fino vignaiolo ha, insomma, una storia tutto sommato breve, ma sta imparando in fretta; un apprendistato che sembra ormai sfociato pienamente nel più nobile artigianato, come è puntualmente confermato ad ogni nuova annata.
E veniamo a questo Es 2010, star pressoché assoluta ed incontrastata del Vinitaly 2012.
Ebbene, si tratta di un vino che colpisce a fondo; e colpisce principalmente perché non è il solito Es, bensì una sua versione particolarmente “raffinata”.
Non che nelle annate precedenti l’Es fosse grezzo (anzi!), ma a mio parere aveva sempre giocato le sue carte sulla più immediata ed intensa espressività del vitigno, del Primitivo caldo, dolce e seducente di frutta e spezie mature, di densità e di suadenze, seppur sempre assistite da stimoli vitali e dinamici. Un vino, insomma, ricco e concentrato, che nella sua fenomenale espressività poteva al limite anche bastare a se stesso, appagando il degustatore con le sue mille e una cose da dire e da raccontare.
Sempre bellissimo in questa sua “opulenza” ben mostrata, offerta al degustatore con nitore e pulizia, forse però non rispondeva ancora appieno alle aspirazioni di Gianfranco Fino.
Credo davvero che sia così, altrimenti non mi spiegherei l’esito di quest’anno, che non può che scaturire da un percorso conseguente e coerente. Alle consuete forza, ricchezza, potenza, intensità e complessità, Es 2010 ha, infatti, aggiunto una dose di finezza ed eleganza superiori, quasi una maggior leggiadria ed equilibrio nella vena acida che ripulisce il sorso e bilancia con precisione i toni più maturi e pieni del frutto, donando un’eccezionale e fragrante bevibilità ad un vino che trova nel finale appena amaricante uno stimolo ulteriore alla beva. Ha ragione il mio amico Luciano alias Vignadelmar quando afferma che la 2010 è, per ora, la miglior versione di sempre dell’Es, perché col 2010 l’Es è finalmente entrato nella migliore Tradizione enoica italiana, quella che da sempre (a parte un’abbastanza recente e contrastata parentesi) vuole i nostri vini non fatti solo per essere degustati, ma concepiti in primo luogo per accompagnarci alla tavola, fedeli ed intimi compagni del Convivio, capaci di sottolineare i cibi più squisiti e le più ardite conversazioni con i loro illuminanti ma assai garbati, intonati e puntuali rilievi.
A questo punto, pensando al 2011, mi tremano i polsi…

domenica 4 marzo 2012

Come un raggio di luna

A volte capita di stappare una bottiglia, di trovarci esattamente quel che ci si aspettava e di rimanere, comunque, in qualche modo sorpresi dallo spontaneo piacere che ci ha emozionati.
A me è capitato qualche sera fa, aprendo un Blanc de Morgex et de La Salle 2010 (non 2009 come appare nell'etichetta allegata) di Carlo Celegato, micro-produttore di quella micro-produzione che è il prié blanc, il vitigno bianco forse "più alto" d'Europa. Micro-produttore come lo sono tutti lassù, verso il Monte Bianco, dove i pochissimi ettari di vigneto di proprietà di ciascun vignaiolo sono suddivisi in minuscoli appezzamenti sparsi qua e là sulle pendenze folli della montagna.
Ebbene, quando i pochi quintali di uve prodotte non sono fagocitati dalla Cave du Vin Blanc, capita ad un produttore di dare vita a vini che ti colpiscono, come è stato per me con quello di Carlo Celegato, un autentico, candido e algido raggio di luna che si è infilato attraverso i sensi con la sua delicatezza, i suoi succosi ricordi di mela, i freschi fiori di campo, il corpo lieve e agile, tutto animato da un'acidità sottile, tesa e vibrante, un'acidità "viperina", come l'avrebbe senz'altro definita Luigi Veronelli.
Un vino dall'individualità peculiare, originale, distintiva; un vino che riflette, più che un territorio, un vero e proprio modo di essere; quello che dovrebbere essere tutti i vini bianchi prodotti lassù, ad un passo dalla luna.

martedì 14 febbraio 2012

Signore e signori, sua maestà il Barolo

Barolo Vigna Enrico VI 1976 - Monfalletto Cordero di Montezemolo

Annata che dovrebbe essere minore per un Barolo s-t-r-e-p-i-t-o-s-o per integrità cromatica e aromatica, senza la minima cessione al tempo, ma solo un'evoluzione esaltante, con mentuccia ed elegantissimo tocco quasi di idrocarburi su un frutto pieno, carnoso, ancora tutto lì a raccontarsi, cuore di una sensazione gustativa larga, ampia, con un'anima incredibilmente tesa e vibrante eppure accogliente e confortevole: sua maestà il Barolo.

Il tutto direttamente da 36 anni fa. Poi torno al presente e mi si affollano domande nella mente. E le lascio tutte senza risposte.

giovedì 26 gennaio 2012

Quel vin de garage!

Ieri ho assaggiato un vino bianco delle Colline Novaresi, zona Boca, prodotto da un vero garagista, nel senso che di professione fa il meccanico e si diletta nel produrre vini davvero naturali per il consumo proprio e di qualche amico.

Penso si trattasse di Erbaluce annata 2010 ed è stata una folgorazione fin dal colore, giallo carico con riflessi persino ambrati ed attraversato da bagliori grigiastri, quasi plumbei, che ricordano le sue radici, l’humus dal quale proviene, le stagioni, i cieli ora tersi ora coperti da coltri di nubi che con il loro prezioso liquido vivificano la terra e danno ristoro dal calore del sole che ciclicamente la inonda.

Poi si passa al naso ed è un fiorire di fiori sfatti, di estivi ricordi di acre sepolcreto, un memento mori dal piglio crepuscolare, quasi decadente, ma mai minimalista, anzi, quasi una piena e vitale Danza Macabra, vigorosa nelle sue belle zaffate di petalo marcescente, di buccia gialla di mela lasciata ad esprimersi per ore sul bordo di un tavolaccio di cucina piemontese, libera di disegnare improbabili eppur così reali Correspondances con i più mediterranei mari d’Africa, con le assolate coste trapanesi, con il continuo lavorio dei tini del perpetuum, il cui “rancioroso” liquore non si può fare a meno di temperare con il dolce disciogliersi di un savoiardo; o di una madeleine.

Ed ecco, infine, l’assaggio, questo lento assorbire e riassorbire gli umori del terreno, del territorio che si infiltra nella pianta e si ridisegna nella polpa e nelle bucce, per poi raccontarsi carico di emozioni nel calice e, finalmente, sul nostro palato. Di nuovo i mari del sud con i loro caldi e volatili aromi, di nuovo la cotognata, la mela e la pera cotte che riscaldano i ricordi di bambino, la nonna col cucchiaino, le “buone cose di pessimo gusto” che tanto rincuorano di fronte al Babao della vita. E di nuovo si allunga, questo liquido benedetto, e ci ricorda che ancora è vivo, ancora sobbolle, ancora è in fermento e lo fa pungolando la lingua, le labbra, pizzicandole di finissima effervescenza che si impasta con una soave melassa, un richiamo zuccherino che sta lì, non alloctono ma indigeno, a ricordarci da cosa nasce quella vena luciferina che anima de’ grappoli il lieto sangue, / per cui la libera / gioia non langue, / che la fuggevole / vita ristora, / che il dolor proroga, / che amor ne incora.

Ed io non posso che ringraziare l’amico garagista e le sue alchimie, la sua superba e suprema arte del laissez faire, laissez passer che dovrebbe ispirare l’opera di ogni vero vigneron, il cui unico, solenne intento dovrebbe essere quello di far cantare il territorio, genuinamente e spontaneamente, disvelandolo nella sua purezza. Per sottrazione.

martedì 22 marzo 2011

Giovanotti di quarantun'anni

Come ci si sente a quarantun'anni?
Adesso provo a raccontarvelo.
Poche settimane fa, infatti, in occasione del mio quarantunesimo genetliaco, mi sono ritrovato con un paio di buoni amici per un festeggiamento informale.
Inutile dire che il vino scelto per l'occasione era un mio coscritto: Taurasi 1970 della cantina Mastroberardino, bottiglia impolverata, scovata in un angolo della cantina del babbo.
Stappiamo senza eccessive aspettative e invece.... tappo integro e ancora bello elastico, colore appena granato, ma brillante e luminoso, profumo un po' chiuso, ma pulito e nitido.
Abbandoniamo il vino nei calici per un paio d'ore buone. Poi comincia la festa.
Il Taurasi si è aperto, si è fatto ampio, avvolgente, incredibilmente ancora tutto sul frutto integro e maturo, arricchito da una bella speziatura, ben cesellata, qualche caldo ricordo di cuoio, poi una confortevole sensazione di tabacco, piacevolmente aromatico, e una tannicità finissima, minuta, setosa, ma ancora tutt'altro che sfinita, anzi vitale, dinamica. Nessuna puzzetta, nessun difetto, nessun cedimento: un giovanotto!
Calice dopo calice, la bottiglia se ne è andata in fretta, mirabilmente accompagnata da Parmigiano Reggiano stagionato 48 e 90 mesi del sempre ottimo Caseificio Gennari di Collecchio.
Per concludere era stato preparato un buonissimo dolce alla mousse di cioccolato e lamponi da abbinare ad un Moscato Rosa del Sudtirol; ci siamo, però, guardati in faccia e abbiamo subito deciso, senza nessun rimpianto, di continuare col Taurasi anche per il dessert.
Bevuto tutto, fino all'ultima goccia, letteralmente: il vino era pulitissimo e dalla bottiglia saranno scesi, in tutto, non più di due o tre grani di tartrato.
Da dove salta fuori questo mezzo miracolo? Vino partito lindo e netto fin dall'origine di sicuro; a qualcuno sembra anche di ricordare che, proprio in quegli anni, Mastroberardino avrebbe rinnovato le botti e, quindi, i legni nuovi e puliti avrebbero regalato un vino stabile e ben fuso.
Personalmente mi piace pensare che, anche se non siamo più giovanissimi, noi del 1970 continuiamo ad essere e sentirci dei fieri, scalpitanti ragazzi.

venerdì 6 novembre 2009

Umile bevitore della Vigna del Cristo

Il lambrusco è forse il vitigno che vanta origine più diretta dalla vite selvatica, ovvero quella che i Romani – guarda un po’ – chiamavano labrusca e che poi, nei secoli, è stata domesticata dalla paziente opera dei vignaioli.
Ed infatti fa della selvatica e piacevole rusticità la sua caratteristica più evidente e “goduriosa”, un’autentico trionfo di atavica “sensorialità”.
Quello di Sorbara è, tra i sei cloni oggi coltivati (gli altri sono grasparossa, salamino, viadanese, Maestri e Marani), quello dal colore più scarico e dalla struttura più esile, ma insieme anche più fine e slanciata.
Non fa eccezione il Vigna del Cristo 2008 di Cavicchioli, che sfoggia una splendida veste rosa melagrana attraversata da brillanti sfumature corallo, da cui senza sforzo alcuno emergono netti ed intensi profumi di frutta fragrante, fragoline e ciliegie, avvolti da una deliziosa nota floreale, come di violaciocca. Sul palato è agile e freschissimo, reso croccante dall’acidità spigliata e da una carbonica che dona volume e brioso impatto ad una sensazione gustativa chiusa da un piacevole finale leggermente amaricante: stimolante e brillante, invoglia subito ad un nuovo sorso.
Un vino sincero, dalla beva facile e poco impegnativa, ma non per questo meno prodiga di genuino appagamento, che si propone come spontaneo ed economico compagno sulla nostra tavola quotidiana.
Da gustare accompagnato dai salumi e dall’ottimo Parmigiano Reggiano stagionato 24 mesi del Caseificio Gennari di Collecchio; oppure, per restare dalle mie parti, si può provarlo con una succulenta pasta e fagioli condita con olio d’oliva crudo (se volete possiamo aggiungere “extra vergine”, ma trattasi di inutile pleonasmo), magari con quello buonissimo che Piergiovanni Cristiano produce con la biancolilla alla Timpa dei Lupi di Corigliano, così verde e vegetale, profumato di erba appena sfalciata. Ancora meglio, poi, adesso che viene inverno, gustarlo con la ricchissima ed untuosissima cassoeula, celebrando un matrimonio eno-gastro-culturale davvero perfetto tra Emilia e Lombardia.
A proposito di cassoeula, tuttavia, dovete sapere come qui da noi sia ben radicata convinzione che quella migliore e più autentica debba essere preparata con verze raccolte da un gelido campo in una tersa notte invernale; soprattutto, però, le verze devono essere rubate…… ma non ditelo a nessuno!

Lambrusco di Sorbara Vigna del Cristo Doc 2008
Vitigno: lambrusco di Sorbara
Vinificazione: le uve, raccolte manualmente, vengono subito diraspate e macerate in piccole vasche a bassa temperatura. Fermentazione con aggiunta di lieviti selezionati e presa di spuma in autoclave con metodo Charmat a temperatura controllata.

Cavicchioli & Figli - Via Canaletto, 52 - San Prospero sulla Secchia (Modena)

martedì 28 luglio 2009

Sogno o son desto? Il Gewürztraminer di Andreas Baron Widmann

Quando mi capita di far visita ad Andreas Baron Widmann nella sua cantina o nello stand che condivide al Vinitaly con i suoi amici Peter Pliger, Ignaz Niedrist e Franz Gojer (i mirabolanti “quattro cavalieri dell’Apocalisse” della viticoltura sudtirolese), ogni volta mi colpiscono i suoi modi gentili ed educati, posati e misurati, che però lasciano intravedere, a stento trattenuta, una generosa passione per i suoi vini, le sue vigne e la sua terra; una passione che traspare dalla sua voglia di aggiungere sempre una parola in più per trovare la descrizione migliore del suo lavoro o per svelare un particolare per lui importante che gli sembrava di aver tralasciato o di non aver posto nella giusta luce.
Mi piace ascoltarlo nel suo italiano dall’inflessione molto “sudtirolese”, nel quale talvolta fatica un po’ ad esprimersi, ma mai con spregio o sufficienza (atteggiamento che, a mio personalissimo modo di vedere, potrebbe legittimamente adottare, così come dovrebbe essere lecito a qualsiasi rappresentante di un popolo invaso di fronte al suo invasore; ma questa è un’altra storia…).
I suoi vini, gli ottimi rossi e gli affascinanti bianchi, sono ormai da diversi anni apprezzati per la loro squisita ed elegante fattura; analogamente al carattere di Andreas, non si pongono mai sopra le righe, ma colpiscono semmai per la grande confidenza che riescono a creare con chi li beve, discorrendo amabilmente e rivelandosi pian piano, con i tempi giusti: subito ti mettono a tuo agio, mostrandosi aperti e quasi facili, ma in realtà non svelano immediatamente tutta la loro personalità, divenendo poi irrimediabilmente muti, ma instaurano un dialogo lungo, fitto, profondo ed articolato.
C’è, però, a proposito di Baron Widmann, una singolarità che proprio non mi riesco a spiegare e che rappresenta per me, fervente cultore dell’enoica cultura sudtirolese, una sorta di cruccio irrisolto.
Tra i vini di Andreas, infatti, forse quello che da sempre mi colpisce maggiormente per la sua incredibile costanza annata dopo annata è il Gewürztraminer, che a mio modestissimo parere si inserisce di diritto tra le migliori interpretazioni sudtirolesi di questa varietà, che proprio del Sudtirol si vuole autoctona.
Troppo spesso, tuttavia, mi ritrovo solitario in questo elogio: tutti parlano – certo con buone motivazioni – del Nussbaumer di Tramin, o dell’eccellente Kolbenhof di Hofstätter, o ancora del Campaner di Kellerei Kaltern, o del sempre di moda Sanct Valentin di Kellerei St. Michael-Eppan, o, a turno, di qualche altro ancora; ma quasi mai mi capita di ascoltare o leggere qualcuno, sia esso addetto ai lavori, critico-degustatore o semplice appassionato, che tessa le lodi del fantastico Gewürztraminer di Baron Widmann.
Eppure l’ho provato e riprovato, certo che il motivo della mia smisurata predilezione fosse sicuramente da ricercare nelle mie maldestre doti di assaggiatore; ma nonostante i miei sforzi di trovarvi qualche pecca, qualche difetto seppur lieve che mi convinca a declassarlo dall’empireo dei Gewürztraminer sudtirolesi, ogni volta immancabilmente esco dalla degustazione sempre più convinto dell’eccezionalità di questo vino.
Il Gewürztraminer è cosa difficile, perché vive di elementi contrastanti che, se non vengono dosati con maestria, rischiano di dare vita ad un insieme decisamente ostico: le carezzevoli note di rosa, segno distintivo dell’aromaticità del vitigno e motivo principale dell’immediato appeal che esso è in grado di suscitare, si accompagnano, infatti ad una naturale tendenza varietale a sviluppare un elevato quantitativo di zuccheri e, per contro, una bassa acidità, che rischiano di tradursi in vini eccessivamente alcolici e non temperati da opportune doti di freschezza. La spiccata impronta aromatica, inoltre, tende a risultare francamente amara se non supportata da un’opportuna dolcezza; per questo diversi produttori decidono di lasciare un leggero residuo zuccherino nei loro vini, che però, se non è ben dosato, può facilmente mostrarsi fastidiosamente stucchevole.
Ci vuole, quindi, grande equilibrio e sensibilità, in vigna come in cantina, per produrre Gewürztraminer capaci di impressionare e di lasciare un segno indelebile nella memoria sensoriale di chi li assaggia ed Andreas Baron Widmann, nella mia senz’altro modesta esperienza, mi sembra in questo senso un vignaiolo assai “memorabile”.
Per capirci meglio, passiamo in rassegna solo le ultime tre annate che ho avuto la fortuna di assaporare, ovvero 2005, 2006 e 2007 (ma non intendo tacere di un superbo 2002, il cui ricordo si è stampato imperituro sui miei sensi). Si tratta di tre millesimi piuttosto diversi tra loro, più fresco e piovoso il 2005, equilibrato ed ottimale il 2006, più caldo e siccitoso il 2007. Eppure il Gewürztraminer di Baron Widmann non sembra aver patito gli elementi negativi, né aver voluto esagerare nello sfruttare quelli positivi.
Pur con le dovute e irrinunciabili differenze (pena la banalità del risultato), la costante in tutte le tre annate è stata l’armonia, la proporzione: il vino non ha mai rinunciato alla grassezza, alla ricchezza, persino alla sontuosità che, a mio parere, un Gewürztraminer degno di questo nome deve necessariamente avere, ma sempre accompagnandole con la freschezza di un’acidità guizzante ed esaltata da una mineralità finissima e precisa. Nel freddo 2005 Andreas è riuscito a non scadere nell’eccessiva magrezza del frutto, la cui polposa maturità ha fornito la dolcezza necessaria a temperare la nota amarognola finale, ammantata da una sensazione glicerica di notevole rotondità e spessore; nel caldo 2007 ha ottimamente mitigato la calorosa spinta del frutto maturissimo, reso ancor più “cocente” da una gradazione alcolica di notevole impatto, con uno spunto di mineralità così sapido da risultare quasi salato e con fragrantissimi accenni vegetali, quasi di mentuccia; nel 2006, annata credo esemplare per tutti i bianchi del nord-est, ha dato agio alla natura di esprimere tutta la sua generosità, regalandoci un vino dalla finezza ed eleganza esemplari, con una deliziosa e morbida nota di rosa sostenuta da un frutto di piena ed integra maturità, carezzato dalla densa sensazione di glicerina e da un velo di spezie raffinatissime cui l’acidità fresca e fragrante ed ancora il nitido tocco minerale paiono aver impresso un sigillo di perfezione.
Ecco, credo che il Gewürztraminer di Baron Widmann sia uno dei massimi esempi qualitativi che tale vitigno riesce a mostrare nel Sudtirol, un vino per i pochi eletti che abbiano la pazienza di lasciar che si racconti, aspettando magari qualche anno perché possa raggiungere la sua splendida maturità (è, infatti, vino di notevole longevità); per i pochi affezionati che, per una volta, non si lascino sviare dalla smania dell’abbinamento ad ogni costo, ma permettano a questo delizioso nettare di esibirsi da superbo solista, come solo i grandi sanno davvero fare.
Non posso, quindi, che rivolgere per l’ennesima volta i miei complimenti ad Andreas Baron Widmann ed al suo fantastico Gewürztraminer, senza essere riuscito, nemmeno questa volta, a comprendere se sono io a lasciarmi ingenuamente abbagliare dalle dorate sfumature di questo splendido vino o se, invece, non siano ancora in troppi ad usare lenti da sole esageratamente oscurate ed oscuranti.

Sudtiroler Gewürztraminer Doc 2005-2006-2007
Vitigno: gewürztraminer
Vinificazione: fermentazione alcolica e affinamento in botti di legno
Baron Widmann – Endergasse, 3 – Kurtatsch (Bozen)

lunedì 6 luglio 2009

Come una sera la pioggia al tramonto: Les Crêtes e il Petite Arvine

Sai com'è la pioggia di sera?
Quando il cielo torna sereno e si tinge di rosa e d'azzurro, poi piano diventa sempre più blu, sempre più intenso e si getta in una notte freschissima salata di stelle, profumata di fiori e d'erbe bagnate?Quando il temporale - dico - il temporale di una serata estiva lava il caldo, scioglie l'afa e regala la fragranza che non sapevi più?
Sono piccoli momenti di letizia, che talvolta concede la vita; se ancora hai occhi, orecchi o pelle per lasciarli scorrere.

Vallée d'Aoste Petite Arvine Vigne Champorette Doc 2007
Vitigno: petite arvine
Vinificazione: pressatura soffice delle uve e vinificazione in acciaio a temperatura controllata.
Les Crêtes - Località Villetos, 50 - Aymavilles (Aosta)

venerdì 24 aprile 2009

Morato, antica poesia laziale

Vi sono vini esclusivi nella loro originalissima e singolare personalità, che colpiscono per il carattere davvero insolito, unico, capace di regalare sensazioni dall’espressività o dall’intensità mai sentite altrove. Spesso si tratta di vini che provengono da aree insospettate, poco nominate nei “salotti” enoici che contano perché obiettivamente un po’ avare nel produrre con costanza vini di qualità eccellente. Eppure capita talvolta di imbattersi in fortunate eccezioni, vini in qualche caso non stilisticamente ineccepibili, forse privi di “infiocchettata” raffinatezza, ma capaci di emozionare, di smuovere qualcosa nello spirito, di irretire con una suggestione a cui è difficile sfuggire; eccezioni, insomma, che divengono regole di umana poetica.

V’è nel Lazio un produttore del quale troppo poco si sente parlare. Strade Vigne del Sole è, infatti, un nome che, insieme a quelli del cavalier Antonio e del figlio Alessandro Cugini, probabilmente non dice molto a chi è poco avvezzo con le cose del vino. La famiglia Cugini, però, coltiva le proprie viti almeno dai primi anni del XVIII secolo, una tradizione ben radicata sulle colline intorno a Grottaferrata, che si è tramandata di generazione in generazione fino ai nostri giorni.
Antonio Cugini, in particolare, è ben più di un vignaiolo; può esser definito “la memoria storica vivente” della viticoltura di questa zona, alla quale ha dedicato una sorta di “autobiografia bucolica” dal sintomatico titolo Vitae di un vignarolo, sull’onda dei ricordi di una vita e di un mondo ormai in gran parte perduto, ma del quale forse qualche sfumatura sopravvive, trovando rinnovato smalto nella nutrita schiera di rari vitigni che il cavalier Cugini ha conservato e preservato nei suoi vigneti.
Una sera a cena m’è capitato di imbattermi proprio in uno di questi, il tor de’ passeri(1), splendidamente rappresentato nel Morato Lazio Rosso dell’annata 2002. Si tratta di un antico vitigno laziale la cui riscoperta e valorizzazione è a buon diritto rivendicata proprio da Antonio Cugini, che ne racconta inoltre la storia nel suo libro.
Sembra che un tempo fosse particolarmente diffuso in alcuni vigneti posti nei dintorni di Marino nei pressi di una duecentesca torre chiamata Tor de’ Passeri. I terreni circostanti sarebbero stati suddivisi nel 1571 tra i reduci della battaglia di Lepanto da Marcantonio Colonna, come ricompensa per il valore mostrato in occasione dell’epico scontro navale che consentì verosimilmente all’Occidente di conservare intatta la propria identità per qualche secolo ancora. Antonio ha recuperato un tralcio di quest’antica uva, unico superstite dei soli cinque filari un tempo accuditi da suo padre che ne otteneva appena 500 litri di vino.
Varietà dal grappolo piuttosto corto, tondo e spalluto, con acino di media grandezza, bluastro, caratterizzata da maturazione abbastanza precoce, secondo Cugini il tor de’ passeri sarebbe a tutti gli effetti un vitigno autoctono della zona, a dispetto di quanti sostengono provenga invece dall’omonima località abruzzese.
In effetti per quanto ne so, o meglio per quanto ho appreso da alcune letture, il vitigno abruzzese originario di Torre de’ Passeri (o della conca Peligna) sarebbe piuttosto il montepulciano, uva un tempo confusa con il sangiovese, il quale a sua volta era in qualche caso confuso con il vitigno riscoperto da Cugini; insomma, potrebbe trattarsi dell’ennesimo circolo vizioso di omonimie e sinonimie che imperversa nelle italiche vicende enoiche.
Difficile, però, confondersi circa la reale identità del tor de’ passeri laziale non appena si infila il naso nel calice e se ne inspirano gli inconsueti profumi.
Da un vino dal colore rosso granata, con unghia lievemente aranciata, subito sgorgano nette ed insolite sensazioni di mandarino, presto incalzate da un sentore di idrocarburi che, forse un po’ fanciullescamente, mi piace chiamare “nafta nobile”, davvero molto intrigante, preziosamente fuso con un tocco di foglia d’alloro calda di sole ed adagiato su un fondo di more mature e dolcissime; in bocca ritorna il frutto di buona consistenza, insaporito da una speziatura ben pronunciata che punzecchia il palato ed avvolto da aromi di tabacco conciato e pellame; i tannini, ben evidenti ed appena amarognoli, mostrano discreta fittezza e si accompagnano ad un vezzo balsamico che si intreccia ad un ritorno idrocarburico in un finale dalla persistenza lunga e cangiante, di nuovo arricchita da suggestioni fruttate, di menta e di liquirizia.
Un vino ricco, complesso, con tanti e diversi argomenti da raccontare.

Forse a qualcuno potrebbe apparire carente di un pizzico di levigata eleganza; per quanto mi riguarda, è sicuramente riuscito a rapirmi con la profondità di una poesia antica: quella della terra, della sua storia e degli uomini che ancora continuano a rinnovarla.

(1) - Adotto la convenzione e consuetudine “veronelliana” di scrivere il nome dei vitigni con la lettera minuscola e quello dei vini, che ne sono l’espressione compiuta, con la maiuscola.


Morato Lazio Rosso Igt 2002
Vitigno: tor de’ passeri
Vinificazione: pigiatura soffice delle uve e fermentazione a temperatura controllata di 23°C per circa un mese, con rimontaggi continui; elevazione in legno per 48 mesi.

Azienda Strade Vigne del Sole – Via di Campovecchio, 45 – Località Valle Marciana – Grottaferrata (Roma)