"Il vino è un valore reale che ci dà l'irreale"
Luigi Veronelli
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martedì 3 gennaio 2012

Addio, Giulio, e grazie infinite

Quanti sono i Sangiovese di Giulio Gambelli che mi hanno emozionato?
Tanti. Tantissimi. Così tanti che non saprei nemmeno menzionarli.
Giulio "Bicchierino" Gambelli - 1925-2012
Quello più entusiasmante degli ultimi anni è forse il Chianti Classico Riserva Borro del Diavolo 2006 di Ormanni, da molti incredibilmente definito troppo concentrato, dolce, tostato e legnoso; affermazioni che mi fanno dire con  scoperta immodestia che, allora, è veramente dato a pochi di capir di vino; perché proprio quel vino in particolare - anzi, proprio quel Chianti - sapeva di Sangiovese come non mai; e sapeva di Sangiovese del Chianti come non mai; e sapeva, per giunta, di quel Sangiovese del Chianti che è il Chianti Classico, così fresco, succoso, schietto, coi suoi fragranti aromi di lampone e viola, coi suoi più profondi umori di terra.
Oggi Giulio Gambelli ci ha lasciato ed è cosa triste.
Per lui, questa sera, stapperò una bottiglia di Borro del Diavolo 2006, per ringraziarlo di avermi fatto bere alcuni dei Sangiovese più Sangiovese della mia vita.
Addio, Giulio, e grazie infinite.

lunedì 2 novembre 2009

Sete perenne

Vino, gagliardo come la dea ragione.
In te l’idea si fa suono e
si colora il Mito.
Appaiono vestali tinte di giada,
il periplo del canto si snoda in
veli che ricordano l’anima.
O vino che canti il mio dolore,
vino che sei il precipizio estremo,
vino che dai l’illusione della morte e
fai solo dormire
fino al nuovo dolore.

Alda Merini (1931-2009) - Almeno ora, per te, i Campi Elisi...

mercoledì 28 ottobre 2009

Avviso ai (due) naviganti


Rassicuro i miei due unici ed affezionati lettori (ovvero quel maledetto bolscevico dell'oste rosso - al quale perdono la sua eresia solo perché, in fondo in fondo, ha un che di "imperiale" - ed il calabro-saudita che in quel di Corigliano sta lavorando alacremente per produrre le clementine e l'olio che poi mi venderà con cospicuo sconto) che ancora non sono deceduto.

Il mio prolungato silenzio è dovuto al fatto che in questo periodo sto scrivendo molto "in conto terzi" e praticamente nulla "in proprio". Ma, tant'è, occorre pure lavorare per vivere. Sempre che mi paghino........

Non temiate, comunque, che tanto, prima o poi, torno a tediarvi con qualche sconclusionato racconto.

A presto!

venerdì 29 maggio 2009

Quando parla il vino

Il vino parla per chi vuol farlo parlare.

Il vino ha “un milione di voci. Scioglie la lingua, svela segreti”.(1)

Perché il vino parla con chi vuol farlo parlare; parla solo con la voce di chi lo fa parlare.

Non pensiate che sia sufficiente infilarci il naso dentro perché il vino cominci a raccontare qualcosa. Se non saremo noi a farlo parlare, resterà muto e senza nulla da dire.

Il vino parla gli stessi incanti del mondo; parla i fiori e i frutti, gli animali e i vegetali. Il vino parla le rocce, pietra o terra che siano; parla il mare ed il sole, il gesso ed il sale; descrive le rudi durezze, le stimolanti freschezze, le piccanti eccitazioni e le sete morbide e seducenti.

Il segreto sta tutto nel dargli la voce, perché da sé solo non saprebbe in che lingua esprimersi.

Non c’è poesia nel vino senza un animo che la declami, perché non c’è poesia senza umana passione.
Il vino è come il mondo, che senza gli occhi dell’uomo sarebbe un inutile e silente globo. Sarebbe semplicemente il nulla, perché il suo senso e la bellezza stanno nella sua interpretazione.

E il vino più bello, quello che più di ogni altro ci entra nel cuore, è il vino capace, se lo facciamo parlare, di svelare il cosmo del suo produttore: quella minuscola lettura del mondo, unica e originale, che si leva dai riflessi e dai profumi di un calice per lasciarsi comprendere e, forse, ammirare.

Tutto questo, però, avverrà solamente se vorremo raccontarlo. Per farcelo raccontare.

(1) - Joanne Harris – Vino, patate e mele rosse – Garzanti

martedì 17 marzo 2009

Da cosa partire?

L’ennesimo blog enoico.
Da tempo ci meditavo, senza riuscire a cogliere un valido motivo per lanciarmi in questa avventura.
Non che ora lo abbia realmente trovato, ma forse la mia impasse era dovuta al fatto che mi ponevo la domanda sbagliata.
Mi chiedevo, infatti, chi mai potesse aver voglia di leggere un altro foglio pieno zeppo di sciocchezze intorno ad un calice di vino.
Ebbene, compiendo una sorta di kantiana “rivoluzione copernicana”, alla fine ho compreso come il problema non stia tanto in “chi avrà voglia di leggere”, bensì in “cosa avrò voglia di scrivere”.
Un blog, è naturale, si scrive con l’ambizione che venga letto da qualcuno. Per una volta, però, mi piacerebbe creare una specie di villaggio sperduto in una terra della quale non è ancora stata tracciata la mappa; smarrirvi qualche messaggio e poi stare a guardare se, per sbaglio o per ventura, qualcuno ci si imbatterà.
Lo stimolo alla scrittura nasce, in fondo, da un’esigenza interiore, dalla necessità di confrontarsi con se stessi, con i propri pensieri e le proprie convinzioni; quella, ancora, di mettere a fuoco le proprie capacità, le attitudini, le idee, le ansie, le certezze, i dubbi.
Per poi – chi può dirlo? – riuscire, infine, a dialogare con “l’altro da sé”, con l’eventuale lettore che si dovesse scontrare con queste pagine lasciandovi un briciolo della sua ricchezza.
Senza, tuttavia, andarne in cerca; solo lasciando al caso il compito di scovare le affini elettività.

Ho scelto il vino perché, con la profonda valenza materiale e simbolica che ha rivestito nella nostra civilità, esso è forse l’elemento che meglio può fornire una base di partenza, un substrato condiviso sul quale costruire sensazioni che abbiano una comune oggettività.
Non è così con la poesia, con la letteratura, con l’arte; meravigliose invenzioni dell’umana spiritualità, esse sono purtroppo destinate ad una sorta di incomunicabilità di fondo, a restare in qualche modo chiuse in se stesse, raccolte nell’animo dell’autore, mentre chi ne legge o osserva l’opera può solo ancorarsi ad una flebile suggestione per poi incamminarsi verso percorsi interpretativi tutt'affatto personali.
Col vino non è così; esso è un elemento insieme terragno e spirituale, ciò che meglio riesce a richiamare gli atavici e comuni istinti che legano l’uomo alle sue radici, a quella Terra che, fecondata dal sole, si mostra come l’unico elemento capace di offrirgli una tangibile ragione del suo esistere.
Il vino è, insomma, simile ad una madeleine proustiana, ma dalla valenza “corale” più che individuale; pur nella diversità delle percezioni riguardo ai suoi caratteri, riesce comunque a creare un terreno, una matrice, un’atmosfera comune nella quale tutti possiamo riconoscerci, trovandovi una concreta possibilità di appagare quell’ansia di infinito che forse è solo il più essenziale dei nostri istinti.

Oppure, più semplicemente, mi sto come sempre illudendo che tutto questo abbia un senso; che in tutto questo possa non sentirmi solo.